
Avec toi, Seigneur,
tous ensemble,
Nous voici joyeux
et sûrs de ton amour.
Tu nous as rassemblés
Dans la joie de ta présence,
Et c’est toi qui nous unis.
(Con te, Signore, tutti insieme,
qui siamo gioiosi e certi del Tuo amore.
Ci hai riuniti nella gioia della Tua presenza,
e sei Tu che ci unisci.)
Care sorelle,
Vi raccontiamo brevemente la nostra esperienza in Congo, che abbiamo fatto in seguito alla richiesta di due sacerdoti della diocesi di Milano che hanno dato vita ad una casa famiglia dove, oltre a una ventina di ragazzi che studiano o lavorano, hanno accolto anche 9 bambini di strada.
Siamo atterrate a Kinshasa la mattina del 4 agosto e, appena scese dalla scaletta, non abbiamo fatto a tempo a guardarci attorno che un omone alto e grosso pronuncia i nostri nomi e ci invita a seguirlo. Grazie a lui abbiamo velocemente superato i controlli e recuperato i bagagli. Ad attenderci fuori c’era León con suo “fratello” (un suo carissimo
amico cresciuto in orfanotrofio con lui e che lui definisce, appunto “fratello”) e don Francesco. Abbiamo caricato le valige e siamo partiti per raggiungere il Cenacle.
Con gli occhi incollati al finestrino abbiamo ascoltato quello che don Francesco ci raccontava a proposito della città e della sua grande espansione sia in termini di superficie, sia di densità di popolazione: più di 17 milioni di abitanti, la maggior parte dei quali vive al di sotto della soglia di povertà e cioè cerca di sopravvivere come può fin dalla più tenera
età. Schiacciati in mezzo a macchine e moto che passano da ogni parte o impediscono il transito, abbiamo il tempo di posare gli occhi sui bordi della strada e contemplare centinaia di persone: chi ha qualcosa da vendere appoggiato sulla testa o sulle spalle, chi è seduto in mezzo alla spazzatura con la sua bancarella di cose sparse su un pezzo di stoffa,
chi incrocia il nostro sguardo e ci saluta con la mano e chi si avvicina alla macchina per chiedere soldi perché, come ci spiegano, qui in Congo essere bianco vuol dire avere soldi! Il colore che si imprime nella mente è il grigio delle metropoli soffocate dall’inquinamento. Se abbassi il finestrino, l’aria è irrespirabile e qualcuno si copre bocca e naso con la
mascherina. Cumuli di spazzatura sono ovunque e le persone vi camminano sopra e accanto come se fosse l’erba del prato, nella speranza di trovare qualcosa di “utile” (cibo o qualche oggetto da rivendere). Tutti buttano le cose a terra, non ci sono fognature, l’acqua potabile solo in alcuni punti e le epidemie di colera sono frequenti e, spesso vengono
segnalati focolai in varie parti della città. E’ davvero difficile spiegare a parole le sensazioni che abbiamo provato; emozioni che oscillano tra la riconoscenza per tutto quello che noi quotidianamente abbiamo (a volte senza nessuna fatica) e tanta rabbia nel vedere che c’è chi vive in condizioni disumane senza sapere se il giorno successivo riuscirà a trovare ancora un po’ di cibo per sopravvivere.

Quando usciamo dalla grande strada che attraversa Kinshasa, per raggiungere la casa, e prendiamo le stradine laterali, diventa uno slalom tra buchi giganteschi che solo un fuoristrada può affrontare… grandi buchi e tanta sabbia! Finalmente, grazie alla straordinaria abilità del guidatore, arriviamo davanti ad un cancello azzurro, ecco il Cenacle: appena varchiamo la soglia con il pulmino ci accoglie

Il canto dei bambini e dei ragazzi che abitano lì, accompagnato dal suono del bongo africano…ci accolgono con gioia, sembra davvero una festa! Ci salutiamo calorosamente con un abbraccio e don Maurizio fa gli onori di casa e ci accompagna a lasciare le nostre cose nella camera che ci hanno preparato.
Il giorno, davanti ad una porta con un disegno ed una scritta in lingala: LIBOTA NA BISO (La Nostra Famiglia), ha inizio il nostro lavoro: conoscere i bambini e, attraverso varie proposte ed attività, capire le loro competenze e dare suggerimenti per delle possibili attività da svolgere in futuro.
I piccoli eroi erano inizialmente 8 (Ilo, Kevin, Wiky, Manè, Chris, Giorgino, Bienvenue e Christiàn), poi sono diventati 9 mercoledì, quando siamo andate con León a prendere Moïse in un ospedale vicino all’aeroporto. Lì abbiamo conosciuto suor Claudia un’infermiera che lavora e dirige l’ospedale dal 1995 quando sei suore del suo istituto sono morte per aiutare i malati di Ebola ed aver contratto a loro volta il virus.
I bambini ci hanno fatto sentire immediatamente parte di quella famiglia, come anche i due sacerdoti ed i ragazzi con cui abbiamo condiviso il percorso. E col passare dei giorni
abbiamo avuto la gioia di conoscere meglio anche molti dei ragazzi che don Maurizio e don Francesco fanno studiare o avviano ad attività lavorative. Ognuno di loro ha
una storia faticosa alle spalle. Molti vengono dalla strada o hanno vissuti di abbandono, di maltrattamento o delle famiglie così povere che non hanno potuto occuparsi di
loro. E’ bello vedere come l’essere stati accolti ed aiutati ha generato in loro il desiderio di prendersi a loro volta cura dei piccoli che sono arrivati, alcuni arrivando a dire che, se
trovassero una ragazza che non accetta anche i bambini, loro non potrebbero impegnarsi con lei.

Abbiamo osservato il lavoro dei tre ragazzi che si occuperanno più da vicino della formazione e dell’educazione di questi bambini e che hanno dimostrato grande attenzione, impegno e desiderio di imparare qualcosa di nuovo. In questi giorni abbiamo condiviso le nostre idee suggerendo loro la modalità con cui avrebbero potuto provare a raggiungere piccoli obiettivi da cui poi ripartire ancora.
La cosa che ha fatto più bene al nostro cuore, e che è stata per noi una testimonianza, è l’amore in cui questi bambini si ritrovano immersi, un amore magari senza troppe regole e a volte caotico e disordinato, ma così sincero e profondo.
Nonostante la terribile esperienza di vita che ha caratterizzato i primi anni della loro vita, ora possono sorridere! Sono finalmente amati e al sicuro. Tutto ruota attorno al loro benessere e loro vengono prima di tutto: come nel Vangelo per Gesù che “li prendeva in braccio e li accarezzava”, così è per don Maurizio e don Francesco: un abbraccio, una carezza, una fetta ancora di ciambella…
Ma chissà quanti altri bambini, ai bordi della strada, come loro stanno aspettando cibo, cure, gesti di tenerezza…

E poi la fraternità. Tra questi due sacerdoti c’è quella stima e quell’affetto soprannaturale di cui parlava don Luigi.
Quando uno va a fare qualcosa l’altro ci diceva: “cosa farei se non ci fosse!” e viceversa…. e non erano parole dette tanto per dire, erano davvero “un cuor solo e un’anima sola” con Gesù ed il Vangelo a dare significato e futuro a tutto ciò che fanno.
Anche la preghiera era un momento molto forte. I canti in francese ed in lingala e il ritmo del bongo che risuona nel cuore. I bambini e i ragazzi che partecipano alla Messa o la Vespro e, soprattutto i più grandi sembravano dissetarsi alla parola grazie alle riflessioni dei sacerdoti che si davano il turno a celebrare.

Un giorno ci hanno portato a visitare il dispensario dove offrono visite gratuite ai bambini di strada ed alle persone che arrivano. Un luogo essenziale ma ordinato, in cui chi arriva può lavarsi e fare degli esami. Può ricevere cure e riposarsi se ne ha bisogno. Tante bambine anche molto piccole arrivano con gravi infezioni perché per poter mangiare sono
costrette a prostituirsi; mentre i bambini arrivano con la malaria, il colera oppure con ferite perché spesso si uniscono a bande che lottano con bande rivali… il motivo è sempre lo stesso: cercare di sopravvivere!
Quando ci hanno portato al dispensario abbiamo capito come è vera la parola di Gesù quando dice: “i pubblicani e le prostitute vi passano davanti nel regno di Dio” (Mt 21,31)… E ci viene voglia di commentare: meno male, almeno nel regno dei cieli!
Non è mancata una gita: siamo andati a vedere i Bonobo, delle scimmie che esistono solo in questa zona del Congo e somigliano più di tutte agli esseri umani e … che rischiano l’estinzione perché la gente le mangia! In questo parco sono protette e nutrite e alle scimmiette orfane viene pure donata una “mamma umana” che li coccola e si prende cura di loro perché altrimenti si lascerebbero morire.
Come sempre è l’amore che fa la differenza e se la fa per una scimmia come potrebbe essere diverso per un bambino?!
Abbiamo ascoltato storie tristi ed abbiamo incontrato volti sorridenti, abbiamo tenuto la mano a bambini che erano come dei vasi rotti a causa delle ferite prodotte dalla violenza subita e che ora sono più forti e preziosi grazie all’amore che li ha curati…
È stata un’esperienza forte che apre ferite anche nel cuore di chi guarda, ma sono curate dall’amore di chi continua sperare e non si arrende.
Jlenia e Stefania
